Un bel cavolo

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Quando ho detto ai miei amici e alla mia famiglia che avevo fatto domanda per fare il servizio volontario europeo in Moldavia, e mi avevano preso ed ero cosi’ felice di poter partire, mi hanno subito detto “Ma che cavolo vai a fare in Moldavia?”.

Sono arrivata a Chisinau, in Moldavia, a meta dicembre. La città era avvolta di neve.


Durante il mio primo giorno nella città avevo fatto ovviamente la spesa, e tra le varie cose, avevo comprato un enorme cavolo, che in russo si dice kapusta. di questo enorme cavolo di svariati chili, me ne mangiai una buona meta in un primo momento, una parte lo congelai e un pezzo lo lasciai in frigo, senza curarmi di esso. I mesi passavano, continuava l’inverno e questa “cosa” anneriva, sembrava marcire, sembrava proprio da buttare, come mi dicevano i miei coinquilini. Ma un po’ per pigrizia, un po’ perché ormai me ne ero affezionata, non avevo voglia di buttarla. Un bel giorno, due mesi dopo il mio arrivo, mentre ero nel pieno della mia crisi e cercavo motivazione per portare avanti il mio progetto, da quel grumo di foglie marce stava spuntando qualcosa.
Si’, stava germogliando! avevo una cosa viva nel frigo!
Qualche giorno dopo decisi di metterlo in un vaso. Ed eccolo che cresce, fiorisce, é una piantina che continua a vivere e di cui io mi prendo cura.
Mi direte “E adesso questo che cavolo c’entra?”.

Il lavoro nell’associazione che ospitava il mio progetto mi entusiasmava tantissimo. Avevo un sacco di aspettative. Ero arrivata pensando che avrei potuto costruire e fare un sacco di cose. Infatti si trattava di un’organizzazione culturale in cui il mio progetto consisteva, o meglio avrebbe dovuto consistere, nell’organizzare mostre, eventi culturali, laboratori artistici e creativi, e collaborare per la preparazione di un festival. Purtroppo le cose sulla carta erano presentate in un modo, ma la realtà totalmente diversa. Quando sono arrivata mi sono trovata un gruppo eterogeneo di persone che: non parlavano la mia lingua ovviamente, non parlavano inglese, che non parlavano il rumeno che avrei potuto con qualche sforzo cercare di capire, che non capivano quando cercavo di parlare russo e che soprattutto che ogni volta che cercavo di proporre qualcosa, mi rimandavano da una persona a un’altra. L’associazione aveva in mano dei locali piu’ o meno fatiscenti di un ex museo ed era portata avanti da un collettivo di artistoidi e musicisti in un modo essenzialmente hippie e anarchico.
Difatti non c’era un responsabile, non c’era un capo: i cosiddetti capi dell’associazione si trovavano da molti mesi in Africa, e nel frattempo la situazione era rimasta scoperta, chi era rimasto non aveva assolutamente la struttura di un’organizzazione ma piuttosto di un agglomerato di persone distinte con obiettivi distinti, difficili da capire e difficili da conciliare. Le decisioni venivano prese quasi arbitrariamente ora da uno ora da un altro, spesso seguendo strade contrastanti. Insomma la situazione era parecchio allo sbando.
Si’, ad essere sinceri e per dover di cronaca, bisogna dire che c’erano delle persone che avevano delle responsabilità, ma non esisteva un progetto, un disegno collettivo. Ognuno tirava l’acqua al suo mulino e faceva solo quello che voleva fare, in totale scollegamento, e nessuno mi diceva cosa dovevo fare, cosa potevo fare.
In un primo momento pulivo, cucinavo la cena in occasione delle (rare) attivitá serali che avvenivano nell’associazione. Poi la cucina é stata chiusa, da chi non l’ho mai saputo.
Ogni volt ache cercavo di proporre qualcosa, che fosse la proiezione di un film o anche semplicemente una tabella excel per una estione piu’ funzionale dei turni in cucina, mi veniva costantemente detto “devi chiedere a Tizio”. Io andavo da Tizio che mi diceva “Ok, ma per decidere se fare o meno questa cosa devi chiedere a Caio. Io allora andavo da Caio, che pero’ mi diceva “Lo so io che devi fare, vai a parlare con Sempronio”. Spesso il ciclo si concludeva con Sempronio che diceva di chiedere a Tizio, o che non c’era proprio o che mi diceva “Va bene, ne parliamo la prossima settimana. E cosi’ io perdevo le mie giornate a chiedere in uno zoppicante inglese (da parte loro) e un altrettanto zoppicante russo (da parte mia) cosa dovessi e potessi fare, a cercare di fare qualcosa, e non facevo esattamente niente.
Tutto ció mi stava facendo diventare sempre piu’ depressa.
Fuori era grigio, c’era neve dappertutto e faceva un freddo birbone.
Non riuscivo a capire quale fosse il mio scopo in un paese tanto freddo e tanto lontano da casa, non riuscivo a trovare una motivazione per tornare ogni giorno a lavorare al mio progetto, non capivo cosa chiedevano da me, perché volevano dei volontari.
Il mio college, un altro volontario venuto dalla Spagna, che mi aveva preceduto di poco nell’associazione, aveva adottato la strategia di non presentarsi. E se lo faceva, si portava dietro libri, o compiti del corso di lingua, o qualsiasi altro tipo di attivitá. E la cosa triste e che nessuno reclamava la sua presenza e il suo aiuto, se non di tanto in tanto, quando c’era un concerto o un evento, scattava delle fotografie che poi pubblicava sul sito.
Almeno lui, comunque, un ruolo, un qualcosa da fare ce l’aveva.
Ma io…io ero venuta col progetto di creare un laboratorio artistico e uno teatrale e creare eventi e mostre legati agli stessi. Ma non avevo avuto alcun modo per cominciare, sembrava che far partire un’attivitá fosse un affare di stato per cui tutto veniva discusso, rimbalzato, rimandato. E quindi il mio compito era prendermi cura della cucina. Ma poi quando era stata chiusa con un lucchetto, senza alcuna spiegazione, non avevo proprio piú idea di cosa fare. Qualcuno mi diceva “Vedrai, a luglio ci sará il festival, e allora li’ avremo bisogno di te per montare e preparare tutto”. Ma, piccolo particolare, eravamo solo a gennaio.
La situazione era cosi’ pesante che a un certo punto, il mio mentor mi disse “Io sinceramente non so cosa puoi fare e cosa devi fare, non posso prendere decisioni e dirti fai questo o quello. Ti direi sinceramente di trovarti un altro progetto dove continuare il tuo EVS. O magari, ogni tanto passa di qua a farci un saluto, ma davvero non c’é veramente niente che devi fare.”
Sembrava che il momento di rifare la valigia fosse arrivato adesso, con tanti, troppi mesi di anticipo, e mi piangeva il cuore. Da una parte non vedevo piú alcun senso del mio stare in Moldova, dall’altro mi sentivo sconfitta ad andarmene senza tentare un’altra volta, senza dare al mio progetto, a questa situazione una nuova, ennesima possibilitá.
E cosí maceravo nel limbo insoddisfatto del non sapere cosa fare, nel cuore dell’inverno moldavo.


Quello che é avvenuto dopo é stato assolutamente imprevedibile e imprevisto, ma bellissimo. Tutto a un tratto sono riuscita a trovare dentro di me la forza e il coraggio di fare moltissime cose e di propormi in associazioni e progetti che non erano il mio, lasciando perdere e mettendo in standby il problema che nella mia associazione non riuscissi a fare nulla. Ho vinto l'imbarazzo del “Ma tu non lavori gia’ al progetto Taldeitali ?” e mi sono proposta in molte situazioni dove lavoravano altri volontari miei amici, prima in un centro per bambini e adolescenti con disabilitá fisiche e mentali, e poi in un altro centro che si occupa di adulti con disabilita’ mentale, dove lavoro tutt’ora. Ho partecipato a un training sull’inclusione dei disabili e ho iniziato a leggere e studiare sempre di piú su questo tema. Collaborando con un’associazione che si occupa di diritti dei disabili, ho realizzato quattro video che parlano della resilienza e della forza di queste persone, ed ho vinto un concorso di cortometraggi su questo tema. Attraverso un’amica, un’artista americana, sono venuta a conoscenza del centro di salute mentale dove lei teneva un laboratorio di arteterapia, che mi ha chiesto di affiancarla e poi di sostituirla quando é tornata negli Stati Uniti, e adesso continuo il laboratorio di arte terapia con I beneficiary del centro e ne sto iniziando uno di teatro e movimento terapia.
L’esperienza a contatto con le persone disabili (o diversamente abili, come uso dire sempre io) mi aiutato tantissimo a pensare alle possibilitá che abbiamo sempre anche quando sembra che tutte le porte siano chiuse, e soprattutto attraverso il lavoro artistico e creative, che mi contraddistingue, sono riuscita a stabilire una vera connessione umana ed empatica con molti di loro.
Ma non é tutto.
Con l’aiuto di alcuni volontari e amici moldavi, sto scrivendo la sceneggiatura e girando un video che parla della Moldova.
Insieme altri due volontari che lavorano con i rifugiati, abbiamo cominciato un laboratorio teatrale al loro centro di accoglienza, e ci stiamo allargando anche sul campo musicale.
E la mia associazione?
Ah giá non me ne ero dimenticata, comunque.
Alla mia associazione sto cercando di metter in scena una performance per il festival. Ma lo spirito é cambiato, non mi arrabbio piu’ per la disorganizzazione, se tutto finisce in caciara o nel nulla di fatto. Cerco di portare avanti poco alla volta, e quel poco é comunque estremamente importante, come mi ha insegnato l’esperienza con I diversamente abili.
Ma il motive per cui continuo andarci é principalmente il progetto che mi sta piu’ a cuore: un gruppo musicale formato da tutti volontari EVS, dove suoniamo e riarrangiamo canzoni da tutto il mondo, e la prossima settimana faremo il nostro primo concerto.
E la cosa piu’ divertente é che il nome parla di lui, del cavolo : ci chiamiamo Mercedes Kapusta.
E anche io come quell cavolo, lasciato da solo a marcire in un frigo tutto un inverno, sono rifiorita durante la primavera e sono pronta a costruire radici in questo posto e in questo progetto.

Fifth Edition

5While closing the 4th edition of Scriptamanent, after the final meeting in Izmir, we are already preparing the new call for the next edition of the project. Stay tuned!

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