Caminante no hay camino, se hace camino al andar

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“Il senso del viaggio sta nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare”.
È stata la prima cosa alla quale ho pensato sfogliando un libro di racconti. Ero seduta all'ombra di un albero, nel bel mezzo della murgia più aspra e più sassosa. Osservavo la sua chioma dal basso verso l’alto, potendo intravedere porzioni di cielo tra i rami e qualche frutto.

Ogni tanto qualche uccello ne strappava involontariamente i semi per portarli chissà dove e dare vita ad altre lentissime esplosioni di semi. È stato poco prima di partire.
A distanza di qualche mese, eccomi qua, nella remota Bretagna. L’odore dell’erba appena tagliata e il cinguettio degli uccelli, mi hanno riportata a quell'immagine bucolica di un pomeriggio che ora mi sembra appena passato.
Potrei raccontare mille cose di questa esperienza: i luoghi che ho visto, le persone che ho conosciuto, le attività che ho fatto… e forse in questo modo non racconterei nulla. Malgrado ora abbia un vocabolario in più, sarebbe difficile descrivere in parole la velocità del cuore che galoppa al ritmo dei nostri passi, la primavera… il profumo dello stesso fiore in un posto diverso.
Ma, a volte, anche il modo di raccontare può dare un sapore diverso alle cose. Può aggiungere cioè, quella dimensione in più rispetto a quelle note: la dimensione personale.
Si dice che disegnare aiuti a scrivere perché costringe ad osservare meglio le cose. Infatti, scrivere è un po’ narrare attraverso le immagini, ed è il modo più semplice e fedele che conosca per raccontarmi. Mi piace pensare che chi mi legga possa accompagnarmi nel viaggio: vedere, toccare e gustare quello che vedo, che tocco e che gusto io.
Stimolare i sensi è il miglior esercizio per l’immaginazione perché ci permette di chiudere gli occhi e aprire le braccia, affidandoci completamente a chi ci parla. È quello il momento in cui sentiamo di poterci accomodare, ossia l’attimo in cui apriamo una finestra su un mondo ancora sconosciuto: un paesaggio curioso e dalle tonalità pastello un po’ sfocate.
Il mio è stato un viaggio di immagini e di storie, di particolari percepiti e carpiti grazie ad un tempo lento. È stata un’esperienza, infatti, che ha dovuto trovare il tempo di adattarsi ad una cultura nuova, ad un’altra lingua, ad un’altra casa. Questa percezione diversa del tempo mi ha permesso di guardare il mondo come un insieme di dettagli a cui prestare attenzione. Andare lentamente è il contraltare alla nostra vita frenetica che si perde le sfumature del cielo, gli sguardi, i sorrisi, la gioia che si annida nel vorticoso scivolare da un giorno all'altro.
E così, giorno per giorno, ho creato delle storie, fatte di paesaggi sbirciati dal finestrino di un treno, di uggiose giornate bretoni, di personaggi frutto di incontri casuali in giornate ordinarie.
Era gennaio, un mese all'altezza del mare: prospettive ad altitudine zero.
Una poesia accompagnava i miei primi passi:

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze[…]

Non a caso avevo scelto queste parole per descrivere la preparazione a questo viaggio. Erano la perfetta espressione della coniugazione degli opposti: il carattere della scoperta e dell’avventura da un lato, e Itaca, la propria casa, dall'altro.
Quando ho condiviso queste parole con un altro amico in partenza ho ricevuto la risposta che in questi mesi mi ha sorpresa di più: “spero che tu parta mosso da un sincero sentimento di nostalgia”.
Erano parole destinate a lui che si potevano adattare a chiunque si trovasse nella nostra posizione. In questo paradosso si racchiude, forse, tutto il senso del nostro vagare, perché in fondo il viaggio è un circolo: bisogna saper partire e bisogna saper ritornare.
Negli ultimi anni mi sono interrogata spesso sul significato di casa.
Per me casa sono delle strade note per le quali sai che è impossibile perdersi, troppe volte le hai percorse giocandoci da bambino; casa è riconoscere i volti per strada, è lo sfondo di qualche vecchia fotografia. È sapere che nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti (direbbe Cesare Pavese).
E poi ci sono i luoghi che inevitabilmente sentiamo nostri, quelli dove decidiamo di passare una parentesi di vita, finché non ci perdiamo più per le loro strade.
Entrare in un mondo nuovo è come vivere i primi anni dell’infanzia: la scoperta di quello che ci circonda,l’entusiasmo, l’ascoltare, ripetere, sperimentare, imparare a parlare e a camminare. Fare dei passi nuovi. Ma, magari si vivesse solo di inizi, quando tutto ci sorprende e nulla ci appartiene ancora.
Conosco solo questa immagine che possa spiegare questo sentimento e credo che, raccontare quello che viviamo, sia più facile grazie al mondo essenziale dei bambini, con il loro tempo scandito, le loro emozioni semplici e il loro universo diviso a metà in ciò che è bello e ciò che è brutto.
La Bretagna appena scoperta si presentava in tutto il suo stridente contrasto tra il verde vivace e rumoroso, e il cupo e silenzioso grigiore del cielo, con il sole che si muoveva nascosto dietro le nuvole.
Poi c’era il mare, una fotografia in bianco e nero. I suoi colori cupi, le sue sfumature grigiastre, la sabbia fredda a perdita d’occhio pettinata dal vento. L’osservavo dalla cima di una scogliera nel tentativo di trovare un equilibrio tra le pietre disconnesse, intenta ad ostacolare il vento che mi costringeva a tenere gli occhi socchiusi nello sforzo di contrastarlo.
Il mare unisce i paesi che separa.
Contemplavo in lui la mia immagine ad ogni volgersi dell’onda, come se fosse uno specchio.
Inevitabilmente anche io mi ritrovavo alla ricerca di un alone scuro all'orizzonte, il desiderio di percepire una prossimità, un altro posto da raggiungere, e qualcuno da incontrare.
Forse il mare mi piace tanto perché mi fa sentire quella brezza di libertà, la stessa brezza che permette alle navi di issare le vele e partire. Ma anche per chi ha passato una vita in mare arriva il momento in cui si sbarca.
C’è stato un momento, in questa mia esperienza, durante il quale ho capito che la cosa più importante era dare alle persone il ruolo di protagoniste, più che ai luoghi. Volevo appassionarmi ai racconti, alla vita, alla storia. Stavo percorrendo un pezzo del cammino che mi avrebbe portato fino a Santiago de Compostela (che era la mia vacanza all'interno della mia esperienza di S.V.E.).
Lungo il percorso, mi piaceva farmi stimolare dai particolari.
In quei giorni mi sorprendevo a giocare all'immaginazione, e cioè a fantasticare sulla vita delle persone osservando il loro modo di camminare e quel poco che potevo vedere e ascoltare.
Mi sono rimaste impresse molte cose di quel cammino, ma due fra tutte hanno dato un sapore diverso a quello che ho vissuto nei mesi seguenti. Per prima cosa c’era l’immagine delle sedie, quelle lasciate davanti alle porte delle case, che per me rappresentavano un riposo, un posto dove potersi accomodare all'ora del tramonto, quando il tempo del lavoro finisce e ci si può fermare ad osservare quello che resta della giornata, finché non muore il giorno.
Poi c’era l'abrazo al Santo. Più che un’immagine, un simbolo. Nella sobrietà del silenzio e della luce della cattedrale di Santiago, quel gesto mi sorprendeva e affascinava allo stesso tempo: tutti i pellegrini si apprestavano a raggiungere l’altare e ad abbracciare la statua di San Giacomo.
Di solito siamo abituati, nelle chiese come nei musei, a non toccare nulla. E questo divieto conferisce la sacralità a quegli oggetti conservati con cura. Non si tocca quello che è prezioso e che rischia di rompersi. Ma in quel momento, quell'atto quasi “dissacrante” del toccare possedeva tutto il valore del sacro. Quel toccare diventava quel contatto diretto, umano. Si tocca per aggiungere altri particolari alla vista, perché è uno strumento di conoscenza diretta che anche i bambini usano per rendere tangibile un’esperienza, è un valore aggiunto. Poter mettere la mano su qualcosa di prezioso ci fa sentire i destinatari di un messaggio importante e i beneficiari di un tesoro unico.
In quell'abbraccio risiedeva la consacrazione del cammino più che in ogni altra benedizione.
Potevo proiettare quella sensazione per un sacco di altri momenti della mia vita presente e futura, così ho continuato a vivere il resto del mio S.V.E. come se fosse la continuazione di quel cammino, come se fosse un “toccare”; mi sono appassionata alle storie semplici delle persone che ho incrociato, come Monsieur e Madame Merdrignac, che ogni giorno vengono a prendere il caffè nel posto in cui lavoro e fanno le parole crociate. Anche questo mi faceva sentire a casa, perché è un’abitudine che hanno anche i miei genitori.
A distanza di mesi dalla mia partenza mi sono ritrovata sotto un albero, quello accanto al quale avevano appena tagliato l’erba e i cui profumi avevano rievocato una scena familiare… l’inizio di questa storia. L'avevo incrociato centinaia di volte in questi mesi e sempre l’avevo trovato diverso. Quando sono arrivata si presentava arido negli strascichi dell’inverno e dava a ciascuno dei suoi rami un cammino diverso verso il cielo. Era il simbolo di qualcosa che mutava e cresceva insieme alle stagioni. Ora era la sosta di un cammino.
Quell'albero come una colonna a reggere il cielo, mi aveva accompagnato in questi mesi. Ne avevo visto l’aridità e poi avevo visto spuntare la fioritura; avevo visto l’ombra seguire il passo del sole; avevo visto succedere la crescita.
All'ombra di un albero ci sediamo a riprendere fiato dopo una lunga camminata. Sotto la sua chioma si ferma il corpo, non il cuore e non la mente. Ci sediamo per fare una sosta un po’ come si farebbe con quelle sedie lasciate sull'uscio delle case, a quel confine tra dentro e fuori.
Mi ritrovavo a fare una sosta durante la quale come il “cerchio del viaggio” ero tornata da dove ero partita. Guardando i frutti di quell'albero, solo un finale mi sembrava possibile:
MATURIAMO TUTTI ALLO STESSO SOLE.

Fifth Edition

5While closing the 4th edition of Scriptamanent, after the final meeting in Izmir, we are already preparing the new call for the next edition of the project. Stay tuned!

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