E pensare che ci separa solo il Mare

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 11 Maggio, Nottingham, Inghilterra

L’anno di volontariato sta per volgere al termine. Sono passati ormai 11 mesi dai primi momenti trascorsi in Inghilterra in compagnia degli altri volontari e dei colleghi in galleria. È strano pensare come siano cambiate le percezioni e le impressioni dei luoghi e delle persone durante questi mesi.

Ricordo con nostalgia i primi tempi in cui guardavo gli stessi luoghi che guardo adesso con stupore e meraviglia, i tempi in cui facevo fatica a capire ogni parola che mi veniva rivolta e l’unico modo per andare avanti era tenere duro, sorridere e all’occorrenza tirare ad indovinare una risposta decente. Sorrido.

C’e’ anche un po’ di malinconia, paura ed eccitazione in questo momento. Nonostante abbia deciso di rimanere qui dopo il volontariato, con alcuni degli amici che ho conosciuto durante questi mesi sara’ difficile rivedersi presto. Sto parlando dei miei due colleghi, coinquilini ma prima ancora amici egiziani.

E pensare che ci separa solo il Mare.

Sono Mohammed e Reem, hanno su per giu’ la mia eta’, e condividono le mie stesse aspirazioni, le stesse aspirazioni di un qualunque ragazzo tra i venti e i trent’anni al giorno d’oggi: trovare un lavoro soddisfacente che li permetta di vivere dignitosamente e trovare il proprio posto nel mondo, magari condividento tutto cio’ con una persona che gli voglia davvero bene. Non li descriverei in altro modo che cosi’. Qualcun altro potrebbe dirmi che sono musulmani, parlano arabo, e altre cose di questo tipo. Il colore della pelle?

In realta’ ho trovato piu’ cose in comune tra l’Italia e l’Egitto che tra questi due paesi e l’Inghilterra. Sara’ per via del cibo o del clima, ma la cultura egiziana mi ha ricordato molto l’Italia dei miei nonni o dei genitori dei miei nonni, quella che ho vissuto solo attraverso i loro racconti. Forse un po’ chiusa dal rigore religioso e sociale, erroneamente si pensa che sia l’Islam la principale causa di arretratezza ma alcune convenzioni sociali sono per questo paese altrettanto se non piu’ discirminatorie, in particolare per le donne. Inoltre anche con una situazione politica decisamente differente. Lo stare in strada, gli odori, il rumore, il chiasso per le vie della citta’ sono gli stessi… Tutto ricorda, almeno stando a quanto emerge dalle loro storie, l’Italia, le citta’ della mia terra, gli anziani seduti davanti alle proprie abitazioni, la vita di comunita’ come almeno una volta sono stati.

Forse e’ per colpa del Mare.

Sono convinta che, nonstante tutto quello che ho imparato, andare in Egitto mi causera’ un stupore ancora maggiore di quello che ho provato ad ascoltare alcuni dei loro racconti. Come per esempio quando mi hanno raccontato di come funzionano gli autobus ad Alessandria, la citta’ in cui vivono. A quanto pare non ci sono fermate prestabilite per i trasporti pubblici e le persone che vogliono salire devono in pratica prenderlo al volo dato che il conducente non si ferma del tutto ma rallenta allo scopo di far salire uno o piu’ passeggeri. Chi e’ gia’ sul mezzo non fa che incoraggiare il malcapitato, non mi viene altro termine per chiamarlo. Sorrido.

Non vedo l’ora di raggiungerli e di rivederli perche’ so gia’ che mi mancheranno. La loro presenza in casa, il loro affetto e la loro simpatia, i momenti belli che abbiamo condiviso in questi mesi; senza dimenticare il lavoro svolto in galleria, i progetti realizzati insieme come per esempio la mostra personale di tutti noi volontari ispirata ad Hyson Green, il quartiere multietnico dove abbiamo vissuto e lavorato in questi mesi. Solo per citarne uno.

Mi piacerebbe anche ospitarli a Matera, la mia citta’, condurli per le vie ripide dei Sassi, il quartiere storico della citta’ dove per secoli hanno vissuto i Materani, e fargli assaporare tutte le delizie che la mia terra puo’ offrire ai suoi visitatori.

So che sara’ difficile per via dei visti e dei permessi di cui hanno bisogno non solo per aspirare ad una vita migliore ma solo per il fatto di recarsi in un luogo per puro piacere o per rincontrare un amico. Ci sono state molte volte in cui ho pensato “Andiamo a Parigi!” oppure “Amsterdam!” per poi essere subito bloccata con la motivazione delle tempistiche per ottenere i visti necessari per recarsi in questi paesi. E’ un po’ la stessa cosa che succedeva i primi tempi per le uscite fuori nei pub per prendersi una birra o quando cucinavo o offrivo loro carne che non fosse “halal” (la carne che e’ permesso mangiare ai musulmani). Ma dopo poche settimane ne ho fatto l’abitudine.

E pensare che ci separa solo il Mare.

Al contrario ancora non riesco a mandare giu’ la questione dei visti. Per esempio per ottenere un visto e recarsi in Italia devono avere soldi sufficienti nel conto in banca, aver prenotato anticipatamente dove soggiornare, cose che nemmeno il piu’ organizzato dei miei coetanei europei puo’ al momento garantire e permettersi. Senza citare tutte le procedure a cui sono sottoposti negli areoporti, i ritardi, i questionari che devono compilare ogni volta.

Vivendo con Reem e Mohammed ho imparato molte parole arabe, non abbastanza da poter sostenere una semplice conversazione una volta li’ in Egitto ma abbastanza per poter suscitare simpatia nei miei confronti da parte dei loro amici. Almeno lo spero. Inaspettatamente ho scoperto che ci sono un sacco di parole italiane: torta, cioccolata, piselli e tante altre! Questo perche’ in passato una folta comunita’ di Italiani ha vissuto in Egitto ed ha lasciato in eredita’ ai loro cugini africani non solo magnifiche architetture ma probabilmente le parole che rappresentano il meglio della cultura italiana, il cibo.

E pensare che ci separa solo il Mare.

Ed infatti il cibo e’ stato uno dei tanti protagonisti delle serate passate a casa insieme, quando solo pensare di uscire fuori al freddo per prendere una birra rappresentava l’ultima delle opzioni, mentre rimanere al riparo del focolare domestico e cenare insieme includeva e rappresentava tutto l’essenziale per pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili. Da questi incontri culinari che abbiamo soprannominato simpaticamente “crimini”, ho imparato molte ricette di piatti tipici egiziani, come per esempio il koshari, fatto di pasta, riso, cipolle fritte, lenticchie e ceci. E forse sto dimenticando qualcosa. Si tratta del piatto tipico per soddisfare il fabbisogno di un lavoratore medio in Egitto. Se riesci a finire un piatto di koshari puoi considerarti un vero uomo. E fidatevi e’ proprio cosi’.
D’altronde gli abbiamo chiamati crimini anche per questo. Sorrido.

E pensare che forse non ci accomuna solo il Mare.

Fifth Edition

5While closing the 4th edition of Scriptamanent, after the final meeting in Izmir, we are already preparing the new call for the next edition of the project. Stay tuned!

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